L'origine della città, che sorge su una terrazza del
Monte Tauro, risale al 358 a.C. Andromaco ne fu il
fondatore. Nel III Sec. a.C. conobbe grande
prosperità sotto il regno del siracusano Gerone II,
anche se la città conobbe il suo massimo splendore
durante la dominazione romana. Taormina in questo
periodo ricevette un trattamento privilegiato
ottenendo particolari esenzioni contributive. Gran
parte delle risorse economiche derivanti
dall'agricoltura nei campi vicini poterono essere
reimpiegate per lo sviluppo interno. Nel 36 a.C.
Ottaviano fece di Taormina una colonia romana,
attribuendole un elevato rango destinato a
pochissimi centri dell'isola. L'epoca romana,
quindi, diede a Taormina un notevole benessere,
testimoniato dalla presenza di vari edifici, come il
teatro, il ginnasio, le naumachie, i templi e i
sepolcri. Durante il medioevo iniziò un periodo di
decadenza. Nel X Sec. gli Arabi la distrussero ben
due
volte. Nel 1078 fu conquistata dai Normanni. Solo
nel 700 avviene il grande cambiamento, quando
Taormina diviene mèta di viaggiatori europei
attratti dalle sue antichità e dalla bellezza dei
panorami.
La Chiesa
di San Pancrazio
Vescovo e
martire, patrono di Taormina, che sorge sulle rovine
del tempio greco di Giove Serapide.
Tratti di muro
della cella del tempio sono tutt’oggi visibili nel
muro sud della chiesa.
Risalente alla
seconda metà del 1600,
l’architettura è
di stile barocco.
Di notevole
interesse il portale principale dagli stipiti ed
architravi in pietra di Taormina ed ornato da due
colonne di stile jonico per ogni lato. Entrando,
sopra il portale, è possibile vedere il soppalco con
l’organo.
Sulla destra i
due altari minori sormontati da due interessanti olii su tela raffiguranti il martirio di San Nicone
, il primo, e la consacrazione di San Massimo
successore di San Pancrazio il secondo.
Due altari
minori trovano collocazione anche nella parete di
sinistra intervallati da un affresco raffigurante Teofane Cerameo, ultimo vescovo di Taormina nell’XI
secolo.
Una bassa
ringhiera in ferro battuto immette all’altare
maggiore ricco di marmi policromi con ai lati due
colonne di stile jonico richiamanti quelle poste sul
portale esterno.
In cima all’altare sono posti otto angeli, quattro
per lato, con al centro il busto di Dio benedicente
e con all’interno la
statua di San Pancrazio, il primo vescovo della
Sicilia, decorata con oro zecchino.
Sulla destra si
apre un affresco che rappresenta il martirio di San
Pancrazio.
Nell'anno 40, nel tempo
in cui era imperatore Caligola, Pancrazio proveniente da
Antiochia di Siria fu mandato da Pietro in Sicilia facente
parte dell'allora magna Grecia come vescovo di Taormina. In
tale città egli riuscì a convertire tanti pagani, tra cui lo
stesso prefetto.
La tradizione racconta, dopo lo sbarco sulla spiaggia di
Naxos, San Pancrazio, si portò al tempio del dio Falcone,
dove si ergeva la statua della divinità pagana a cui il
tempio era dedicato. Implorata la potenza di Dio, non appena
eresse il vessillo della Santa Croce, crollò dalle
fondamenta il tempio innalzato al dio Falcone e subito
precipitò in mare insieme con la statua, rimase muta la
statua parlante di Lissone e la superstizione di Scamandro,
origine di ogni idolatria, rovinò di fronte alla Verità
evangelica. Costruì, quindi, nuovi templi e li consacrò al
sommo Iddio e si diede totalmente per richiamare quella
popolazione dalla superstizione idolatra e per convertirla
allo splendore della fede.
Acceso, perciò, da apostolico zelo, incominciò a predicare
la legge del Signore con tale forza soprannaturale e con
linguaggio così ardente di amore divino che commosse
intimamente gli animi al punto tale che molti si fecero
battezzare ed aderirono alla fede cristiana. Anche Bonifacio,
prefetto della città, si convertì alla fede sospinto a ciò
anche da Evagrio, discepolo di Pancrazio. Così la religione
cristiana si diffuse meravigliosamente per tutto l'abitato e
dintorni. L'Apostolo Pietro, recandosi da Antiochia a Roma
per trasferirvi la sua Sede, essendosi fermato a Taormina
presso il Santo Vescovo, si consolò grandemente nel constatare
come tanto numero di persone, dopo avere abbandonato il
culto degli dei, si fosse già arreso al dolce giogo del
Cristo. L'uno e l'altro resero grazie a Dio ed è facile
immaginare quanta nuova forza e costanza sia sopravvenuta a
San Pancrazio per l'incontro con San Pietro. Ma, poiché
l'Uomo di Dio non desisteva dal flagellare i pessimi costumi
di parecchi e di bersagliare l'idolatria, mentre Bonifacio
era assente per guerreggiare, anche San Pancrazio subì la
persecuzione e come Gesù Cristo fu ucciso. Alcuni sicari
sotto il comando dell'empio Artogato, venendo giù dai monti,
spinti dal desiderio di disfarsi del Santo Vescovo, lo
aggredirono mentre pregava e tra scherni e ingiurie lo
colpirono con verghe; sguainate quindi le spade lo
trafissero con ripetuti colpi e lo trucidarono. In lui
spiccarono in modo eminentissimo il compito dell'Apostolo,
il dono della Profezia, il talento del Dottore, la virtù
delle guarigioni, il dono delle lingue, la potestà dei
miracoli. Il suo cadavere venne quindi occultato in un
profondo pozzo; ma, scoperto poi dai suoi discepoli,
ricevette degna sepoltura. Il suo corpo fu trovato tramite
un segno di luce divina dai discepoli, i quali lo
seppellirono con sommo dolore. Quanto all'età di San
Pancrazio, arrivò a tarda vecchiaia e giunse agli inizi del
regno di Traiano. Essendo questi salito sul trono di Roma
nell'anno 98 d.C., l'età di San Pancrazio al tempo del
martirio doveva oscillare intorno ai novant'anni.
Sin dall’epoca
più antica Taormina fu difesa da una cerchia di mura
con triplice sistema di fortificazioni che partivano
da nord con un tracciato nord-est, sul versante che
guarda Messina, e si esauriva ad ovest, con un
tracciato, sul versante di Catania.
Tracce di queste
mura sono visibili ancora oggi oltre che al centro
della città, in corrispondenza della Torre
dell’orologio, anche ai due lati estremi della città
dove si trovano, per l’appunto, le due porte di
accesso. Si tratta di Porta Messina e Porta Catania
come vengono comunemente chiamate.
Porta Messina,
restaurata agli inizi del secolo scorso, prese il
nome di Porta Ferdinandea quando venne inaugurata nel
1808 da Ferdinando IV di Borbone. L’avvenimento è
ricordato in una lapide posta in cima all’arco della
Porta stessa.
Nell'antichità un ruolo fondamentale rivestiva la
sfera della religiosità che rappresentava la cultura
e l'identità di un'etnia e di un popolo.
Argomento di dibattito tra gli studiosi è il
rapporto tra i culti, le credenze, i miti delle
popolazioni indigene italiote e i coloni greci.
Inizialmente i conquistatori insediatisi nelle nuove
terre per affermare la loro supremazia sulle
popolazioni, il loro dominio sul territorio, il
nuovo ruolo politico e sancire così le loro
conquiste spazzarono via gli italici idoli ed
innalzarono templi alle divinità del Pantheon
greco trapiantando le loro tradizioni religiose e
civili in Magna Grecia.
Successivamente la convivenza o la vicinanza tra i
due popoli portò ad un'integrazione. Questo
determinerà una sovrapposizione dei culti e delle
tradizioni indigene ed elleniche, che in alcuni casi
vengono a confondersi: mitici eroi si fondono con
divinità locali (numi e custodi di sorgenti, grotte
e fiumi) che esprimono la potenza delle forze
naturali.
Caratteristiche della religiosità magno-greca erano
la sua impronta arcaica, che la distingueva dalla
madrepatria; e il fatto che molti santuari
extraurbani - i più antichi - erano dedicati a
divinità femminili. Una ipotesi affascinante
avanzata dagli studiosi è che in tali aree sacre
avvennero i primi approdi dei coloni greci in luoghi
che erario già stati occupati in tempi anteriori dai
Micenei. Di conseguenza i primi luoghi di culto
risalirebbero ad un periodo anteriore alla stessa
colonizzazione greca, ad epoca micenea, se non
minoica (XIII-VIII sec. a.C.).
Erano soprattutto le divinità femminili a proteggere
i luoghi di approdo e i punti di passaggio, alle
porte della città.
Hera,
sorella e moglie di Zeus, signora della natura,
sovrana degli animali, protettrice delle nozze e del
parto, liberatrice dalla schiavitù, rappresentava la
fecondità e garantiva l'armonia della polis: Hera è
infatti la dea che meglio incarna il nuovo ordine
imposto con la violenza ai popoli sottomessi. IL
culto della dea era venerato soprattutto dagli Achei
che lo esportarono nelle terre d'Occidente.
Afrodite
dea dell'amore non fecondo, della sessualità, si
poneva quindi in antitesi a Persefone. Un'antica
tradizione greca la considerava nata dalla schiuma
del mare. Il suo culto fiorì soprattutto nei pressi
dei grandi empori, vicino ai porti dove si praticava
la prostituzione sacra.
I
culti di Hera, Persefone e Afrodite testimoniano il
forte nesso esistente tra la donna e la terra, così
avvertito nelle nuove terre di conquista, potrebbero
anche essere espressione del ruolo centrale dato
alla donna nella famiglia magno-greca.
Athena,
figlia di Zeus, nacque dalla sua testa; rinunciò
alla sua femminilità rimanendo vergine e vestendo i
panni della dea guerriera. Era venerata in tutta la
Grecia, ma particolarmente nell'Attica. In occasione
delle Panatenee, feste celebrate in suo onore
ogni quattro anni, le fanciulle di Atene le facevano
dono di un peplo sontuosamente ricamato.
Tra le divinità maschili erano particolarmente vivi
i culti di Zeus, Apollo, Hermes e Dioniso.
A
Zeus, padre degli dei, veniva dedicata
generalmente l'area dell'agora (la piazza
sede della città). Suo figlio Apollo,
fratello di Artemide, era considerato dai Greci il
dio del bene e della bellezza, colui che mantiene
l'ordine e fa rispettare le leggi. Celebre l'oracolo
di Delfo, che veniva consultato prima della
fondazione delle colonie.
Hermes era
la guida negli incerti cammini, protettore dei
pastori, dei ladri, dei giovani nella adolescenza,
accompagnava i morti nel passaggio verso l'aldilà.
Il culto di Dioniso, il dio greco del vino,
era originario della Tracia e aveva un carattere
estatico; veniva celebrato soprattutto dalle donne,
le famose Baccanti, che vestite di pelli di animali,
celebravano con urla e danze le loro orge notturne.
A
partire dall'VIII sec. a.C. iniziò l'espansione
greca verso oriente, nel Mar Nero, e verso
occidente, nel Mar Mediterraneo.
La
colonizzazione greca nell'Italia meridionale
interessò le regioni della Puglia, Basilicata,
Calabria, Campania e Sicilia.
I
Greci si allontanarono dalle loro città d'origine,
seguendo le rotte già percorse dagli Achei e dai
Cretesi e cominciarono a fondare nuove colonie,
spinti non solo da motivi politici, economici,
sociali e demografici, ma anche da spirito di
avventura, stimolati soprattutto dai racconti
omerici.
Le
spedizioni furono guidate da un'ecista, capo dei
Greci colonizzatori, il quale prima della partenza
veniva mandato a interrogare l'oracolo di Delfo, per
avere istruzioni su dove fondare la nuova colonia.
La
fondazione di una città non era lasciata
all'iniziativa individuale dell'ecista o di un
ristretto gruppo, ma era organizzata dalla
madrepatria, che forniva i mezzi tecnici (navi,
rifornimenti di cibo, ingegneri e architetti)
necessari alla colonizzazione.
Le
nuove poleis rappresentarono una opportunità di vita
migliore per i Greci emigrati, e per la madrepatria
furono fornitrici di materie prime, basi e sbocchi
per il commercio verso tutta la Penisola italiana.
Importante fu la scelta del luogo che derivava da
una conoscenza dei posti prima della colonizzazione,
da una frequentazione di carattere commerciale
(testimoniata dal rinvenimento di manufatti greci
anche nei periodi anteriori all'VIII sec a.C.), dal
posizionamento di piccoli empori o punti di
riferimento dislocati in località vicine a quella
dove verrà fondata la nuova colonia, e dalla
presenza di coloni inviati prima della fondazione. I
siti vennero fondati in vicinanza dei corsi d'acqua,
in zone pianeggianti e fertili che si prestavano
bene all'edificazione di porti. I coloni trovarono
in Magna Grecia un clima secco e mite, simile a
quelli della madrepatria, e una terra ricca di
boschi e corsi d'acqua.
Una volta fondata la colonia era necessaria la
costruzione di una cinta muraria per la difesa della
città dagli attacchi nemici; seguiva l'assegnazione
dei lotti di terra ai coloni - i primi arrivati
avevano la terre più fertili - ed infine
l'edificazione di grandiosi templi.
L'area dell'acropoli, "la città alta" con le
dimore degli dei ed i larghi spazi riservati alle
cerimonie religiose e ai sacrifici, contrastava con
la disposizione irregolare e caotica dei quartieri
della "città bassa" che presentava: strade strette,
case assiepate, e rari pozzi d'acqua.
I
nuovi coloni, una volta approdati con le loro navi,
si trovarono di fronte al problema di dover
instaurare dei rapporti con le popolazioni del
posto: Ausoni, Enotri, Itali, Siculi, Messapi,
Iapigi, che vivevano di pastorizia e di agricoltura.
Gli indigeni erano organizzati in tribù, che però
non avevano niente a che vedere con la più avanzata
organizzazione politica, sociale ed economica delle
poleis greche. Si venne così a creare un urto
violento tra gli abitanti dell'Italia meridionale ed
i nuovi colonizzatori che volevano appropriarsi
delle loro terre.
Il
termine "Magna Grecia" fu coniato o dai Greci
orientali che rimasero affascinati dalle bellezze e
dalla ricchezza dei luoghi, o dagli stessi coloni (i
Greci occidentali che si stabilirono nelle nuove
città) che volevano in questo modo dichiarare
l'indipendenza dalla madrepatria celebrando le loro
terre.
Le
città magno-greche raggiunsero uno splendore più
grande della stessa Grecia, e assunsero grande
importanza per gli intellettuali elleni tra il V e
il IV sec. a.C.: vi si recò in visita Platone e vi
si stabilirono Pitagora, Erodoto e Senofane.
Come le poleis greche godevano di una loro
indipendenza e autonomia, e spesso erano in
contrasto tra loro per motivi politici e di
conquista, così la stessa situazione si rifletterà
anche nell'organizzazione delle colonie della Magna
Grecia e ciò causerà la distruzione di fiorenti
città.
Le
lotte intestine e l'eterna rivalità le poleis,
porteranno, infine, ad un indebolimento delle città
magno-greche che diverranno facile preda dei
conquistatori romani.
La Magna Grecia è il sud dell'Italia.
Dappertutto affiorano testimonianze del nostro
passato. Basta fermarsi, anche solo per un attimo,
ad osservare il panorama delle regioni meridionali,
in una giornata assolata d'estate. Qua e là
compaiono colonne doriche, templi dedicati ad Hera e
Athena, case, ville, necropoli, resti di un passato
che non può essere dimenticato, ma che ci appartiene
e riconduce alla matrice originaria di gran parte
della cultura occidentale. La Magna Grecia è anche
questo: il fascino di una cultura che trova le sue
radici nella notte dei tempi e che nonostante ciò
è sempre attuale, sempre viva.
Un mondo sparito da tempo ma mai obliato, perché ad
esso, e alla sua natura di "padre di tutta la
cultura europea", fanno ricorso la gloria di Roma e
la cultura di Raffaello, il Neoclassicismo di
Foscolo e Monti e tutti i poeti che si sono
affacciati sulla scena della cultura europea e
mondiale, da quel lontanissimo VIII secolo, in cui
alcuni coloni provenienti dalla vicina Grecia,
decisero di stabilirsi sulle coste dell'Italia
meridionale e della Sicilia.
Non è difficile immaginare cosa possano aver sentito
i viaggiatori stranieri che, dal '700 ad oggi, hanno
visitato le rovine di città un tempo imponenti ed
oggi decadute.
Dal '700 ad oggi, la Calabria, la Basilicata, la
Sicilia, la Campania e la Puglia, sono mete
immancabili per artisti e semplici turisti che
vogliono vedere dov'è nata la loro cultura. Goethe è
passato da qui, ed anche Stendhal, e naturalmente
Winckelmann, fondatore del movimento neoclassico,
che della Magna Grecia celebrò la gloria e la
cultura.